Il Nome del Vento – Patrick Rothfuss
02.02.10
Dopo anni di letture fantasy devo ammettere di essere diventato di gusti difficili, schizzinoso e facilmente soggetto a nevrosi causate da eroi troppo manichei per essere verosimili e mondi i cui agenti principali risultano essere (troppo) spesso mere etichette appiccicate qui e lì per ragion di narrazione. Consapevole di ciò, ma totalmente schiavo degli stand fantasy di qualsiasi libreria, ogniqualvolta scelgo di leggere un romanzo di genere spero nel colpo di fulmine e nel successivo sbocciare di nuovi amori.
Non molto tempo fa mi sono imbattuto in un mattoncino di circa 850 pagine che in quarta di copertina, oltre ad un paio di commenti entusiastici non da poco, recita:
“Ho sottratto principesse a re dormienti nei tumuli. Ho ridotto in cenere la città di Trebon. Ho passato la notte con Felurian e me ne sono andato sia con la vita, sia con la sanità mentale. Sono stato espulso dall’Accademia a un’età inferiore a quella in cui la maggior parte della gente viene ammessa. Ho percorso alla luce della luna sentieri di cui altri temono di parlare durante il giorno. Ho parlato a dèi, amato donne e scritto canzoni che fanno commuovere i menestrelli. Potresti aver sentito parlare di me.”
“Solito sborone” mi son detto… e stavo per posare il libro quando… è successo. Il colpo di fulmine. Questa quarta di copertina non racconta di un mondo in pericolo, di profezie o di gruppi di avventurieri, parla di un uomo, sicuramente sopra la media, sicuramente modaiolamente dark-figoso, ma pur sempre di un uomo e le sue passioni, questa quarta di copertina mostra qualcosa di vivo. E poi, andando in terza, c’è il volto barbuto di un autore giovane, Patrick Rothfuss, dal passato accademico tormentato e interessante e dall’espressione simpaticamente Nerd. E’ fatta, il libro è mio.

La copertina, decisamente poco azzeccata, della versione italiana
Il Nome del Vento, come promette la quarta di copertina, infatti, è una biografia, o meglio, racconta della stesura di un’autobiografia, quella di Kvothe, un eroe tanto famoso quanto controverso, rifugiatosi da tempo e per motivi non meglio specificati (ahinoi, questa è solo la prima puntata di una trilogia…) nell’anonimato di un paesino di campagna, gestendo La Pietra Miliare, una locanda, con il fido amico/discepolo Bast. Di fatto, quindi, il libro che leggiamo non è altro che la cronaca che Kvothe detta ad uno storico, Cronista, capitato quasi per caso a rompere la monotonia della nuova vita del fu-eroe dai capelli rossi. Gli unici momenti di rottura dal racconto ci offrono uno sguardo al presente, rendendo la lettura un pregevole ping-pong fra prima e terza persona, passato e presente, quello che fu, quello che è stato tramandato e quello che è. Perché un eroe, un personaggio illustre, un mito si costruisce con i racconti incentrati su di lui e non solo e non sempre, anzi, quasi mai grazie alle sue effettive gesta. In questo gioco di specchi Rothfuss delinea e sviluppa un personaggio incredibilmente sfaccettato e vivo, simpatico e ruffiano nonostante i suoi molti difetti ed una dose di spocchia oltre il limite dell’immaginabile.
In questo primo episodio, il racconto nel presente dura un paio di giorni, uno di prologo e uno di dettatura, mentre la biografia copre tutto il periodo dell’infanzia e dell’adolescenza o poco più. Accompagneremo quindi il piccolo Kvothe nella meravigliosa carovana degli Edema Ruh, artisti erranti di cui la famiglia del nostro non-eroe è a capo, conosceremo antiche canzoni e un vecchio maestro arcanista, Abenthy, tanto burbero quanto affascinante. Fra spettacoli, formule e alchimia ci sarà spazio per il dramma e il crollo, per lo spettro e il dolore portato dai Chandrian, esseri mitologici fin troppo reali, agghiaccianti e tremendi. Dovremo sopravvivere con il protagonista negli anfratti più oscuri, polverosi e pericolosi della città di Tarbean, tra soprusi, ingiustizie e improbabili dimostrazioni di umanità e disumanità. Ma ci sarà sempre spazio per l’ingegno, la sorpresa e la meraviglia, perché la curiosità di Kvothe è la curiosità del lettore e li spingerà insieme in un legame indissolubile fino all’Accademia, luogo in cui Kvothe diventerà l’uomo che sarà e in cui potrà porre le basi per ciò che desidera di più: la vendetta. Già, perché nulla è quasi mai scontato nelle pagine de Il Nome del Vento, a partire dal titolo più che mai azzeccato.

Patrick Rothfuss, in tutto il suo Nerdsplendore
Non si tratta di una semplice avventura, ma quasi di un romanzo di formazione: la capacità di Rothfuss di descrivere le sensazioni di Kvothe, il suo processo di maturazione, la sua capacità di adattamento e le motivazioni delle sue scelte è formidabile. Kvothe è un personaggio che sbaglia, che genera caos con le sue scelte, che non sempre comprende gli altri per quanto abbia, ed è forse questa la sua principale colpa, un intuito e delle capacità che nessun altro sembra avere. Per quanto il viaggio sia un elemento costante del libro, l’ambientazione non è affatto importante, è quasi indefinita e la stessa Accademia con le sue strutture imponenti e i suoi singolari edifici passa in secondo piano rispetto ai personaggi che la popolano. Il romanzo di Rothfuss è decisamente un’opera psicologica più che di avventura, di personaggi più che di luoghi. Personaggi filtrati dalla mente del protagonista e per questo ancora più interessanti, perché c’è sempre qualcosa che pare sfuggire eppure esser sempre presente, c’è sempre lo spettro del fraintendimento o di un’intenzione mal interpretata, c’è sempre il costante peso dell’umanità nelle sue più diverse e curiose declinazioni. Un esempio su tutti: l’amore del protagonista per Denna, fanciulla inseguita, persa e ritrovata… ma costantemente non compresa, semplicemente perché è qualcosa che Kvothe non può affrontare come una qualsiasi sfida. Confrontare la quarta di copertina, abile e veritiero ritratto del Kvothe “che è” con la timidezza, la goffaggine del Kvothe in compagnia di Denna è puro piacere letterario e umano. E pensare che è proprio in quei momenti si svolge uno dei cliché della letteratura fantasy: l’incontro con un drago. Insomma, anche quando rilegge e reinterpreta i classici, Rothfuss lo fa in una maniera che sorprende il lettore, lo intrattiene strappando sorrisi ed emozioni, senza però mai rinunciare alla scorrevolezza dell’azione o all’avventura, seppur affrontata in maniera diversa dal solito.
Un’alternativa fresca, interessante e piacevole in un panorama fantasy spesso piatto e dominato dalla derivazione. Se poi contiamo che il libro è tradotto in maniera eccellente da Gabriele Giorgi, un Nerd D.O.C. che ha cominciato per passione con i videogiochi e di passione continua a mettercene tantissima ancora oggi che traduce per mestiere, il libro è un’esperienza davvero consigliata.
Ah, inutile dirvi che Pat Rothfuss è un giocatore di D&D… e che aveva un personaggio che si chiamava Kvothe
Decisamente NERD APPROVED.
Scheda riassuntiva:
- Titolo: Il Nome del Vento (originale: The Name of the Wind)
- Autore: Patrick Rothfuss (sito ufficiale)
- Casa editrice: Fanucci Editore (sito ufficiale)
- Anno di pubblicazione: 2008 (originale: 2007)
- Traduttore: Gabriele Giorgi (blog)
- Pagine: 853
- Prezzo: € 22,00 (acquistalo sullo store Fanucci)
- Altre informazioni: Wiki.It, Wiki.org, aNobii







Che dire? Ottima recensione… e soprattutto grazie per la lusinghiera citazione
Grazie a te per averla letta
Insomma… “ci” siamo graditi a vicenda, ottimo!
Spero che ci “ri”leggeremo